Consigli di Lettura #25 – L’amore per nessuno, Fabrizio Patriarca


Eccomi con un nuovo Consiglio di Lettura. Non che non abbia letto, o scritto, in questo periodo, ma ho tralasciato di aggiornare questo spazio. E mi dispiace. Perché proprio quest’estate ho fatto una lettura davvero interessante.

A maggio scorso, infatti, sono tornata dopo qualche anno di assenza al Salone del Libro di Torino, uno di quei grandi eventi che, per appassionati di libri e lettura è un appuntamento imperdibile. È stata un’esperienza immersiva. Nel senso che avevo così poco tempo, che ho dovuto correre così tanto, che tentavo di trarre tutto ciò che potevo nel minor tempo possibile. Il tutto per poter vedere quanta più fiera possibile (per chi non ci fosse mai stato è davvero enorme, e quest’anno comprendeva anche una sezione un po’ distaccata che si impiegava un momentino a raggiungere). Insomma, è stata una vera e propria corsa contro il tempo, in cui per fortuna ero accompagnata dalla mia amica Elena, che conosce la fiera più dall’interno, lato espositori. E in tutte queste corse, abbiamo anche incrociato Pif, che è stato super gentile e disponibile con tutti.

l'amore per nessuno fabrizio patriarca

Il punto del discorso, però, qui era che ho avuto poco tempo per girare tra gli stand, così ho dovuto basare le mie scelte libresche sulle decisioni pre-salone, o sul colpo di fulmine. E così è stato. Arrivata allo stand della Minimum Fax, sono incappata in una copertina che mi ha incantata. C’era questa pila di libri dai toni pastello che mi hanno convinta a scoprire di più a proposito delle pagine e storie che celavano al loro interno. E poi uno in particolare, oltre alla copertina, aveva anche un titolo che per me era decisamente significativo. Si trattava appunto di “L’amore per nessuno” di Fabrizio Patriarca.

Come sono solita fare, mi sono subito buttata a leggere un po’ la sinossi, un po’ i commenti dietro, un po’ la nota biografica dell’autore. Tutto, e dico tutto, mi ha convinta che quella fosse la scelta giusta. Ero sicura sarebbe stata una bella e interessante lettura. E mi sbagliavo poco.

Questo libro si apre con una specie di istantanea del protagonista, uno scrittore per la TV, che sta cercando l’ispirazione per scrivere un nuovo programma, tentando di fare i conti con se stesso e la sua quotidianità, che lo mettono a dura prova. Ed è così, come capita in tutte le grandi storie, che Riccardo Sala trova l’ispirazione per un adattamento in chiave moderna della Medea. Con protagonista Anna Maria Franzoni.

Tutto il libro è costellato di provocazioni. Il personaggio di Riccardo Sala è uno stereotipo ambulante dell’uomo di mezza età che prova a fare i conti con una ritrovata libertà dopo la separazione dalla moglie. Tentando di conciliare i tempi da dedicare alle figlie, alla nuova pseudo-compagna, e al lavoro. Robbie Sala, il padre del protagonista, è un condensato di luoghi comuni sull’uomo anziano che non accetta né l’invecchiamento né la vedovanza. Tutti i personaggi che popolano il libro risultano essere il simbolo di qualche aspetto della società moderna che Patriarca un po’ critica un po’ prende in giro con la sua scrittura graffiante.

L’ho trovato un libro strano, ma decisamente interessante. Non è uno di quei libri che riesci a interpretare dopo la prima decina di pagine, e devo ammettere che questa sfida è stata una parte importante della ragione per la quale mi sono incaponita ancora di più per leggerlo. E motivo per il quale ve lo consiglio. È una lettura sfidante e per niente scontata. Questi, secondo me, i due motivi che ne fanno una lettura da affrontare.

Ultimo, ma non per importanza, il pretesto con cui viene scritto, la scelta di prendere un personaggio che, nei primi anni 2000, è stato letteralmente citato ovunque e da chiunque, l’ho trovata una scelta coraggiosa. Scegliere la Franzoni come Medea moderna è una Provocazione, con la P maiuscola. Ma rende l’idea. Forse più oggi di quanto potesse renderne secondi fa, quando la tragedia originale è stata scritta.

A questo proposito vi lascio con uno dei pezzi che mi ha colpito di più, la spiegazione dell’amore per nessuno, che tanto mi aveva attirato dal titolo.

Dove prendiamo il godimento. Che uso ne facciamo. In ragione di cosa. Se la speranza sia parte di un prima o parte di un dopo. Se l’amore sia sempre e solo un durante. Quel vuoto nel finale della Medea, il panorama spoglio in cui vacilla l’orrore impotente di Giasone, non è l’estinzione dell’amore. È l’estinzione dei suoi oggetti. Perché poi Medea non crepa. Il fatto che sopravviva è il vero sterminio. La tragedia contiene un dramma scarmigliato, un disordine che durerà: non è che l’amore sparisce, è solo che non c’è più niente da amare. Medea ci lascia con l’amore per nessuno.

CIÒ CHE È ATTESO
NON SI AVVERA,
PER CIÒ CHE NON È ATTESO
UN DIO TROVA LA STRADA.

L’amore per nessuno | Fabrizio Patriarca.

L’avete letto? Ne avete sentito parlare? Cosa ne pensate?
Vi aspetto nei commenti!

Bye.

Consigli di Lettura #24 – Una cosa divertente che non farò mai più, David Foster Wallace


Consigli di Lettura #24

I Consigli di Lettura per l’estate sono una cosa che mi diverte abbastanza. Ogni persona ha un concetto di lettura estiva differente e mi dà molta soddisfazione discutere con amici e conoscenti di quelle che sono le abitudini in fatto di libri durante la stagione più calda.

Così una sera mi è venuta un’idea (idea luminosa!) parlando con una persona che condivide con me sia la passione per la scrittura sia quella per la lettura (e ormai dovreste sapere quanto poco riesco a trattenermi quando mi capitano occasioni d’oro di questo tipo!). L’idea è quella di dare anche dei consigli tematici e quindi mi è venuto in mente (e chi mi segue su IG già lo sa) che avevo il libro perfetto sia per completare la mia triade sui toni dell’azzurro, sia per consigliare una lettura in linea con il periodo dell’anno in cui ci troviamo.

Ecco quindi che nella mia mente si è delineato il consiglio di lettura estivo che faceva giusto al caso di chi fosse alla ricerca di un libro divertente, mentre passava le sue giornate, o pomeriggi, o serate, a impazzire per prenotare le prossime ferie in programma. E ovviamente si tratta di un libro a tema viaggio. (E che no?)

Come ormai sapete, e vi ho ripetuto sino alla nausea, quando mi innamoro di un libro lo faccio principalmente per due motivi:
• una copertina, un titolo, una quarta di copertina mi colpiscono e io non posso fare a meno di portarmi a casa un nuovo libro;
• qualcuno mi regala un libro.
Quando chi mi conosce bene mi regala un libro da leggere è una gioia, perché entro in un nuovo mondo, una nuova narrazione, ma già so che sarà una voce che mi piacerà molto.

Libro "Una cosa divertente che non farò mai più" di David Foster Wallace

Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace, ricade nella seconda casistica. Una persona che avete imparato a conoscere anche voi (la mia cara amica @viedaleggere) tempo fa me ne ha regalato una copia che mi ha subito attratta. Sia per la copertina, sia per il fatto che Elena sapesse perfettamente che mi sarebbe piaciuto, e anche tanto.
Si tratta di un caso di narrativa non-fiction che si mischia al genere diario di un viaggio su una nave da crociera. Gli elementi perché ne esca qualcosa di assolutamente geniale ci sono tutti. E così è.

L’autore, infatti, viene invitato a bordo di una di quelle navi da crociera da sogno, dove sono previsti spettacoli sensazionali, cene di gala, escursioni, attività in gruppo e pasti in compagnia di quelli che per i giorni di navigazione diventano compagni di viaggio a tutti gli effetti. Raccontata così sembra una cosa come se ne vedono tante, proprio come quando si vedono gli spot in televisione di tutte quelle persone che salgono su una nave da crociera, se ne innamorano e poi praticamente piangono al termine della vacanza.

La cosa bella di questo libro è che si viaggia a bordo di una nave da mille e una notte, con tanto di intrattenimento e cene sontuosissime e si passano le giornate insieme ai protagonisti della vacanza che viene raccontata. Sì, perché i protagonisti sono tutte le persone sedute al tavolo con David Foster Wallace, non solo lui e la sua visione molto cinica di questo “doversi divertire a tutti i costi“, ma anche le storie degli altri seduti al suo stesso tavolo, come sono arrivati lì, perché sono come sono, cosa gli è successo nel passato recente. E ogni chiacchierata, ogni escursione, ogni cosa diventa un pretesto per commentare l’esperienza della crociera con onestà tagliente e pungente.

Ho apprezzato molto la crudezza con cui tante volte viene restituita l’esperienza. Non è una pillola che viene edulcorata. Non è un’esperienza da catalogo, ma è un’esperienza vera. Ed è per questo che penso sia carino leggere questo libro, perché, anche se non viene restituita un’immagine patinata da copertina (o forse proprio per questo motivo), alla fine verrà voglia di partire e verificare che sia proprio così, oppure no. E alla fine lo scopo è proprio quello. “Una cosa divertente che non farò mai più” è qualcosa che dovremmo provare tutti almeno una volta, farci un’opinione, e poi eventualmente dire che non la si farà mai più. Ma fino a quel momento “provare per credere“.

E voi avete già letto questo libro? Cosa ne pensate? Vi è piaciuto?

Bye.

Consigli di Lettura #23 – …che Dio perdona a tutti, Pif


Consiglio di lettura #23

La cosa che mi piace dei Consigli di Lettura è che posso fermare su carta -digitale – un pensiero, ma in realtà molto più di uno solo, a proposito dei libri che mi sono piaciuti tanto da leggere e che mi piace tanto consigliare. In questo post, quindi, mi divertirò a raccogliere per voi tutte le cose che mi sono piaciute della lettura di un romanzo davvero divertente, quanto in grado di far riflettere.

…che Dio perdona a tutti” edito da Feltrinelli nasce dalla penna di Pif, pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto. Sì, esatto. Proprio quel Pif che una decina di anni fa se ne andava in giro con una telecamera sulla spalla per riprendere tutte le cose curiose che accadono nel nostro Paese. Sì, esatto, Il Testimone. Sì, esatto, quello dalla voce super riconoscibile e famigliare. Sì, sì, certamente lo avrete visto anche a Le Iene. Insomma: nasce dalla penna di una persona che negli anni si è fatta conoscere per il suo guardare tutto quanto da un punto di vista mai scontato e di raccontare ciò che osserva con arguzia e ironia.

Copertina del libro "...che Dio perdona a tutti" di Pif

Arturo ha 35 anni, fa l’agente immobiliare e vive a Palermo. Fin qui niente di particolare. È innamorato. E anche qui non si intravede nulla di straordinario. Ma Arturo è innamorato dei dolci, specialmente quelli alla ricotta. E lui senza i dolci alla ricotta proprio non ci sa stare, né senza mangiarli né senza parlarne, e questo negli gli ha causato qualche problema, qualche incomprensione. Perché, per chi ama i dolci alla ricotta come Arturo, è difficile trovare un’anima gemella all’altezza.

La storia di Arturo, però, non è solo una storia di amore per i dolci, anche, è soprattutto una storia di amore e di un percorso personale che porterà il protagonista a conoscere a fondo se stesso, giocando a trasformarsi in qualcun altro, sempre per amore ovviamente, ma questa volta di una donna. Già, perché cosa succede se metti insieme l’amore per i dolci alla ricotta e una donna bellissima che è anche pasticciera? Succede che si vuole fare di tutto per entrare nelle grazie dell’amore della propria vita, e Arturo si getta in questa missione anima e corpo, scoprendo più cose su se stesso e sugli altri che gli stanno attorno.

La voce di Arturo narra tutte le vicende in prima persona, e io mi sono ritrovata a leggere il libro come se me lo stesse leggendo Pif, con la stessa intonazione, le stesse pause, le stesse parole pronunciate con un mezzo sorriso e la risata a metà tra il sorpreso e il timido cui ci ha abituati nel corso dei suoi servizi. “…che Dio perdona a tutti” è un romanzo piacevole e molto scorrevole, una lettura veloce che però non è banale, e che lascia dietro di sé tanti spunti di riflessione quanti sono i momenti in cui ci fa ridere a crepapelle, perché sì, si ride tanto nel leggere questo libro.

Foto al Salone del Libro: io, viedaleggere e Pif

Non sono riuscita a sentire una presentazione del libro da parte dell’autore né prima di leggerlo né dopo averlo letto, anche se potenzialmente ne avrei avuta l’occasione prima a Scrittorincittà 2018 a Cuneo e poi al Salone del Libro di Torino 2019. C’è stato però un momento, durante la mia breve ora e mezza di Salone, in cui l’ho incrociato e imbambolata, trascinata dalla mia amica (l’immancabile @viedaleggere), sono finita in una foto con lui, senza neanche avere la voce per dirgli “Grazie, grazie per le risate, grazie per questo libro, grazie per la tua ironia sagace, grazie per un punto di vista differente, grazie per avermi fatto riflettere con il sorriso“. Perché la lezione più importante è che si può imparare anche con il sorriso. E visto che vi consiglio tantissimo di leggere questo libro, vi lascio con un piccolo estratto:

Quel mancato appuntamento lo vissi come una delusione d’amore. E ho sempre pensato che le delusioni d’amore, grandi o piccole che siano, si possano risolvere in un solo modo: soffrendo. La sofferenza è la via per la guarigione. Andare in giro mentre penso a quanto sono disgraziato è catartico. Essere visto da tutti come un disgraziato è catartico. La cosa non deve durare a lungo, perché perderebbe la giusta efficacia: drammatizzare aiuta a sdrammatizzare.
In questa fase di sofferenza il passato, che qui in realtà era ridotto a neanche un’ora, è fondamentale. Perché è un continuo rimuginare gli errori commessi, i passi non fatti, le parole non dette bla bla bla. In questo caso aggiungerei anche lo sciacquone non tirato. Ma la cosa peggiore è quando il passato si presenta davanti ai tuoi occhi, nel momento catartico della sofferenza.

…che Dio perdona a tutti | Pif

E voi? L’avete letto? Che ne pensate? Vi ispira?

Bye.

Consigli di Lettura #22 – Vox, Christina Dalcher


Protagonista di questo Consiglio di Lettura è uno degli ultimi romanzi che ho letto, un romanzo a cui mi sono appassionata sin dalle prime pagine e da cui non sono riuscita a staccarmi sino alla fine. Credo fermamente, infatti, che quando un libro è quello giusto non se ne possa più fare a meno e si diventi inseparabili da quelle pagine rilegate. E così è stato con questo romanzo molto recente.

Vox di Christina Dalcher, Editrice Nord, è uscito a fine 2018 e ha fin da subito fatto parlare di sé. È stato annunciato come un caso editoriale e, in effetti, i numeri hanno confermato l’apprezzamento da parte del pubblico.

A essere sincera, però, non l’ho letto subito, appena uscito, e neanche l’ho acquistato subito, appena uscito. Come mio solito, infatti, la pila di “wanna read” sul comodino era più alta di quanto potessi permettermi di leggere. Così ho aspettato Natale e poi gennaio per accostarmi a questa lettura tanto sospirata.

L’idea della Dalcher è grandiosa. L’ideazione di un futuro dispotico in cui negli Stati Uniti (e dove sennò) si sperimenta un nuovo tipo di repressione: quella del mutismo femminile imposto.
Insomma, gli ingredienti per un successo esplosivo ci sono tutti: una realtà guidata da leggi controintuitive, un personaggio femminile forte che vuole battersi per il suo futuro, ma soprattutto quello dei suoi figli, e quello che sembra un’intricata trama ordita da uomini di potere. Ed è proprio così.

Almeno per le prime 300 pagine. Già. Starete incollati alle pagine per andare a vedere come andrà a finire questa vicenda che vi terrà con il fiato sospeso, ma (ed è un grossissimo ma) più le pagine scorreranno più verrete assaliti dal dubbio che nulla è come sembra. Anche il libro che avete tra le mani.

Il mio invito è quello di leggere questo libro perché è scorrevole e fa riflettere molto. L’altro mio consiglio è quello di arrivare alla fine, anche se alla fine non sarà come ve lo aspettate, o forse sì (ma questo dipende da voi e dalla vostra chiave di lettura).

Quello che ho capito dalla lettura di questo libro, condividendo i commenti a caldo con la mia fidata amica di lettura Elena (aka @viedaleggere su IG), è che si deve sempre avere il coraggio di portare a termine le azioni relative alle proprie scelte.
Avere l’idea del secolo e poi spegnerla per mancanza di coraggio ci è apparso un po’ uno spreco, ma abbiamo adorato il modo in cui Christina Dalcher ci ha tenute incollate alle pagine del suo libro per farci scoprire “come andasse a finire”.

Ora la domanda è più che lecita, l’avete letto? Cosa ne pensate? Se non lo avete letto, correte a farlo, sarete arricchiti alla fine! Per darvene un assaggio ecco un piccolo estratto:

Adesso le abitudini sono altre. Abbiamo a disposizione una quota fissa di cento parole al giorno. I miei libri – anche le vecchie edizioni di Julia Child e (per quanto sia ironico) la copia malconcia di Better Homes and Gardens con la copertina a quadretti bianchi e rossi, regalo di nozze di un amico spiritoso – sono chiusi a chiave in un armadietto, così Sonia non può prenderli. Il che significa che non posso prenderli nemmeno io. Patrick ha sempre con sé la chiave e la porta in giro come un peso. Qualche volta penso che sia quel peso a farlo sembrare più vecchio.

Vox | Christina Dalcher

Bye.

Le Langhe in primavera



Wanderlust | Part XIV.

Ci sono posti dove la stagionalità è così importante da decretare l’inizio (o la fine ) del periodo in cui è meglio andare a visitarli. Tipicamente, quindi, ognuno di noi è portato a naturalmente a seguire i consigli su “quando è meglio vedere un posto o un altro“. Perché, parliamoci chiaro, è già tanto se abbiamo magari la possibilità di andarci, sarebbe davvero uno spreco andarci nel periodo meno indicato. E come dare torto? Anche io lo faccio e tento di sapere in anticipo se il periodo durante il quale mi piacerebbe visitare un posto è tra i migliori in cui farlo. Altre volte, però, non lo faccio e mi affido al mio umore e alla giornata, perché in una bella giornata di sole, non troppo calda, magari nei primi giorni di primavera, ci si può innamorare anche di quei posti dove sarebbe più consigliato andare in altri periodi dell’anno per svariate ragioni.

Un giorno, quindi, forte del fatto che il tempo fosse particolarmente buono e la temperatura particolarmente gradevole, ci siamo messe in macchina e abbiamo guidato verso le famose colline delle Langhe, a circa una mezz’oretta da casa e abbiamo iniziato a girare per borghi, paesi, paesini, punti di osservazione assai privilegiati. La zona di Langhe e Roero è stata riconosciuta patrimonio dell’Unesco 5 anni fa, e i paesaggi sono essi stessi la spiegazione di questa nomina. E sì, il periodo consigliato per visitare queste zone è l’autunno (che si sa, ha dei colori bellissimi), ma anche la primavera riserva delle piacevoli sorprese, vi dirò.

I colori della primavera, della natura che si risveglia dopo il freddo dell’inverno, sono piacevoli, così come il primo sole e il profumo dei fiori che stanno sbocciando. Guidare per le strade delle Langhe in questo continuo, e a volte tortuoso, sali e scendi riserva delle piacevoli sorprese. I paesini che sorgono là dove in tempi antichi sorgevano borghi, in quanto posizionati in alto in modo da poter sorvegliare l’area, sono una continua scoperta e danno modo a chi passa di lì di scoprire un lato antico e poetico di quelle terre diverso da ciò cui siamo abituati a pensare.

È stato così che ci siamo fermate a prendere un caffè e a fare due passi a Dogliani, per poi proseguire la nostra gita sino a Mombarcaro, seguendo una strada più adatta alle moto che alle macchine, ma finendo in scorci da cartolina. E così, se la prima cittadina citata vi ricorda qualcosa, forse il secondo nome vi dice meno, ma la vista dal cosiddetto Tetto delle Langhe è davvero magnifica. Nei giorni più tersi, poi, se si è abbastanza fortunati, dall’alto dei suoi 900 metri di altitudine si può vedere sulla linea dell’orizzonte il mare. (Se siete fortunati come me, già sarà un ottimo risultato riuscire a fare tutto un giro nelle Langhe in giornata con una temperatura gradevole e possibilità di fare un picnic all’aperto senza lavarsi sotto il diluvio universale, ma questo è un altro discorso.)

Il giro è proseguito sino a Belvedere Langhe dove, oltre a esserci un panorama mozzafiato che si starebbe a guardarlo per ore, è stata posizionata anche una delle numerose panchine giganti. Queste installazioni colorate hanno generato un nuovo giro di turismo più legato alle passeggiate, immersi nei vigneti, e hanno fatto scoprire angoli inusuali e particolari di queste zone. Così mi sono divertita anche io ad arrampicarmi sulla panchina formato maxi e a farmi scattare foto sciocche mentre tornavo di nuovo bambina per qualche momento. E sì, a correlare il tutto c’era un panorama davvero mozzafiato proprio “sotto” i miei piedi!

Dopo questa piccola pausa con vista, abbiamo proseguito il nostro giro e, vedendo che avevamo ancora un po’ di tempo a disposizione, siamo passate per Barolo (sì, il nome vi dice qualcosa, eh? Sia per il vino sia per il Festival Collisioni, immagino!) e abbiamo tirato dritto sino a La Morra, dove siamo arrivate alla coloratissima Cappella del Barolo, meta molto instagrammabile, oltre che simpatico tocco di colore tra i vigneti. Questa piccola costruzione è sorta nel 1914 ed è nata come riparo per chi lavorava nei campi, pur chiamandosi “Cappella”, non è mai stata consacrata. Nel 1970 è stata acquistata dalla Famiglia Ceretto, la stessa che ha acquistato i 6 ettari circostanti di vigneto Brunate, quando ormai era ridotta a rudere. Così, nel 1999, i due artisti Sol LeWitt e David Tremlett si sono occupati della ristrutturazione e del restauro della cappella, facendone un baluardo colorato, diventato poi negli anni meta di tanti curiosi.

Insomma, sono sicura che i colori autunnali sulle colline di vigneti siano pieni di poesia, ma non posso nascondere che farsi un giro durante i primi giorni di primavera sia stata una scelta vincente.
Piccolo consiglio: aspettate che smetta di piovere e poi lanciatevi in questa esplorazione, meglio non aspettare faccia troppo caldo, ma con il primo tepore saprete di aver fatto la scelta giusta.

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Bye.

Consigli di Lettura #21 – Il cuore e la tenebra, Giuseppe Culicchia


Mi ero ripromessa che per i Consigli di Lettura del blog avrei prima fatto un bel giro di autori, prima di ritornare su altri titoli di scrittori già nominati. La scelta, fatta a priori qualche anno fa, era stata dettata dal fatto che –conoscendomi– sapevo che avrei provato la grande tentazione di riempire il blog di tutti i titoli dei miei autori preferiti, dando l’impressione di essere monotematica. Non potrei essere più felice di così di rompere questo patto. Perché questo post è dedicato a uno degli ultimi libri che ho letto e amato profondamente e, in più, è uscito da pochissimo (12 marzo 2019).

V. legge "Il cuore e la tenebra" di Giuseppe Culicchia al Circolo dei Lettori di Torino.
Photo credit: @viedaleggere

Il cuore e la tenebra” edito da Mondadori è l’ultimo romanzo nato dalla penna di Giuseppe Culicchia (autore di cui vi avevo già parlato in diverse occasioni, ma in special modo in uno dei primi Consigli di Lettura) ed è un libro che assorbe dalla prima all’ultima pagina. Ho letto in giro molte cose a questo proposito e ho preso il coraggio di mettere insieme per iscritto anche io tutto quello che questo libro mi ha trasmesso, e vi assicuro che è stato molto, molto ricco. Per chi conosce altre opere dello stesso scrittore, dovrà fare i conti con una scena molto più dura, amara, cruda. E non perché sia un testo volgare, tutt’altro, ma perché i temi che vengono trattati qui, sono dei temi che danno da pensare. Ma andiamo con ordine.

Il personaggio principale del romanzo è Giulio, un reporter di trent’anni che viene a sapere che suo padre è morto, a Berlino, città dove viveva da ormai molto tempo. E forse è da quel momento che capiamo che il vero protagonista del libro è il padre di Giulio, il direttore d’orchestra con il sogno di dirigere la Nona di Beethoven allo stesso modo di Furtwängler. O meglio il fantasma del padre di Giulio. Il punto di partenza scelto, la morte del padre, è decisamente interessante e dà modo all’autore di scrivere un libro così toccante e vibrante da apparire vivo tra le mani di chi lo legge.

Il cuore e la tenebra è riassunto nelle due parole del titolo, appunto. È tanto cuore, tanto amore, ed è altrettanta tenebra, altrettanta oscurità racchiusa nelle scelte di un padre che viene pian piano riscoperto dal figlio, a partire dai file contenuti sul suo pc. L’ho trovato un romanzo di crescita, quasi di formazione. Nonostante nessuno dei protagonisti sia in quell’età, la sensazione è che per tutte le pagine del libro tutti imparino qualcosa, e principalmente a fare i conti con se stessi. Ed è quello che impara anche chi legge, impara a conoscere e impara a perdonare, anche quando non sapeva di essere così tanto arrabbiato con il genitore.

Questo libro di Culicchia è a proposito del rapporto padre-figlio e di ciò che succede alla morte del padre. Tutte le domande, le curiosità, il bisogno morboso di conoscere una persona che si sente in quel momento di non conoscere affatto. Perdere un genitore, a qualunque età, fa scaturire molte domande, molti interrogativi, tanta curiosità e dubbi. Soprattutto dubbi. Anche se prima non c’erano, alla morte del padre sorgono dei dubbi, perché non averlo più a disposizione per confermare o smentire sembra essere già sufficiente per instillare dei dubbi in chi resta: l’avrò conosciuto a fondo? l’avrò capito a pieno? avrò interiorizzato il messaggio che voleva lasciare?

E Giulio, come tutti noi, si ritrova a fare i conti con l’assenza che, nel caso di suo padre sembra essere piuttosto una presenza di quelle ingombranti, l’elefante nella stanza di cui nessuno osa parlare, direbbero gli inglesi. Ma non solo Giulio ne vuole parlare, ma fa un vero e proprio dialogo con suo padre e le cose che ha lasciato dietro di sé, per riuscire a capirlo di più. Se chi resta riesca a capire chi se ne è andato, questo è ciò che ognuno deve pensare, il messaggio di questo libro, però, sembra essere: “Almeno sforzati di capire, anche quando le ragioni sono quanto di più lontano dalla tua ragione tu riesca a immaginare“.

Il libro è pieno di musica, citazioni, storia, emozioni e film. Tutto questo arriva diretto, non ha bisogno di giri di parole, e Culicchia ci regala un romanzo maturo, forte, deciso. Come si deve essere quando si tratta di determinati argomenti. E anche la sua presentazione, a due giorni dall’uscita del libro, il 14 marzo al Circolo dei Lettori di Torino, è stato un modo per fare entrare tutti quanti nelle atmosfere che ha creato nel suo libro. E il risultato sono stati i brividi di emozione che ho avuto dall’inizio alla fine, e gli occhi lucidi per quanta autenticità si può leggere nel libro e traspare dalle sue parole.

Per farvi entrare un po’ nell’atmosfera del libro, vi lascio con un breve passo:

Avevi lavorato tutta la vita per arrivare a dirigere quell’orchestra che a tuo dire nel 1942, proprio per il compleanno di Hitler, si era prodotta nella più straordinaria esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven di sempre. Di quella sera esisteva una sola incisione la stessa che, secondo te, avrei dovuto ascoltare prima di mettere piede a Berlino quando avevo vent’anni. Un’incisione che avevi preso a modello, anche se sapevi per primo che si trattava di una performance irripetibile. Quando Furtwängler aveva diretto i Berliner per quella Nona, la Wehrmacht aveva appena conosciuto la sua prima disfatta alle porte di Mosca. E, stando a te, quella versione della Nona era stata così straordinaria e carica di pathos perché nel momento in cui l’aveva diretta Furtwängler si era già reso conto che la Germania aveva perso la guerra.

Giuseppe Culicchia | Il cuore e la tenebra

E voi? L’avete già letto? Che ne pensate del romanzo? E di questo post un po’ più introspettivo? Vi aspetto nei commenti! 👇

Bye.

Se sogni è meglio


Non so se capita anche a voi, o solo a me, ma alcune volte mi ritrovo a pensare al punto in cui mi trovo, a che punto sono arrivata, se mi sono mossa, se sono rimasta ferma, se sono soddisfatta, e tanti altri interrogativi. Molto spesso la risposta è iper-critica nei confronti di me stessa, come avessi lavorato tanto duramente solo per distruggere le speranze che la me di ieri nutriva per la me di oggi e domani. Quindi, poi, mi ritrovo a fare i conti con una specie di ricalcolo generale e reimpostare gli obiettivi, sperando di fare meglio, questa volta. Mi è anche capitato, in questi giorni, di soffermarmi a pensare alla prospettiva, ai punti di vista, e alla volontà di ribaltarle per poter vedere il mondo da un punto diverso e poterlo così raccontare.

In generale, la mia conclusione è stata che la cosa che non ho mai smesso di fare è stato sognare, ed è una cosa che tutti dovremmo ricordarci di fare più spesso: sognare, sognare a occhi aperti, sognare di notte, sognare guardando il vuoto, sognare guardando una persona, sognare leggendo un libro… alla fine è sempre un buon modo per continuare a mantenere la mente e la fantasia attive, in modo da non stufarci mai, ma anzi trovare sempre nuovi stimoli.

Questo post, quindi, è dedicato ai sognatori, a quelli che si sentono dire che forse farebbero meglio a starsene con i piedi per terra, ma che invece vogliono volare. “Smettere di sognare è come smettere di respirare”. Per chi ha una fervida immaginazione è impossibile fermarsi, è impossibile arrestare quel lungo filone di parole e immagini che si creano e si disfano di continuo nella testa e davanti agli occhi di quella persona.

Per molto tempo mi hanno detto che io ero la tipica ♒Acquario (e sì, mi sto riferendo al segno zodiacale): un po’ con la testa fra le nuvole, creativa ai limiti del disordine creativo, un po’ sognatrice, un po’ introversa e alle volte scostante. Per molto tempo ho pensato che tutte queste cose fossero solo un buon modo per prendersi in giro e celarsi dietro una maschera. Poi, ad anni di distanza, ho riletto questo profilo e ho ripensato a diversi episodi di cui sono stata protagonista nel tempo. E sì, le coincidenze erano troppe: praticamente sono io quasi in tutto, salvo per la parte relativa all’essere artista, perché la mia creatività (il mio sognare ad occhi aperti, il mio farmi viaggi mentali pazzeschi -di cui avevo già parlato qui).

La morale, quindi, mi sembra essere quella di continuare a sognare, continuare a tenere vivi i propri sogni lavorando per tentare di raggiungerli. Sì, non dobbiamo dimenticarci di fare i conti con la realtà (e non lo faremo), ma un pizzico di magia sognante un po’ naif in mezzo a tutto il cinismo cui l’età adulta ci pone di fronte penso non possa guastare. Anzi!

Voi che ne dite? Vi aspetto nei commenti! 👇

Bye.